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"si" per sempre Vita Consacrata: testimoni coraggiosi, convinti e convincenti!

Vita Consacrata: testimoni coraggiosi, convinti e convincenti!

Nel mondo odierno la Chiesa è sempre più identificata non solo come un luogo in cui si perpetrano scandali, ma come la Chiesa scandalo che ogni giorno si allontana dall’alto ideale di essere inviata a «portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare lanno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Questo comporta il triste esodo dalle nostre chiese in cui non c’è più spazio per Gesù e il suo Messaggio…  E la Chiesa si svuota; lo esprime molto bene il filosofo e teologo ceco Tomáš Halík quando scrisse che «Forse questo tempo di edifici ecclesiali vuoti mette simbolicamente in luce il vuoto nascosto delle Chiese e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso» (Tomáš Halík, Il segno delle chiese vuote, Vita e pensiero, 2020, p. 11).

Samuele, uomo di Dio

La Vita Consacrata, forse, ha l’occasione di inserirsi in questa attualità imitando Samuele, giudice e profeta in mezzo al popolo (cfr. 1 Sam 3). Nel dialogo che avviene tra il giovane Saul e il suo domestico, impegnati nella ricerca della asine di Kis padre di Saul, Samuele è definito come אִישׁ הָאֱלֹהִים (‘îš hā’ĕlōhîm, uomo di Dio), נָבִיא (nābî’, colui che parla a favore di…) ma  ancora più profondamente come רֹאֶה (rō’eh, veggente): 

«Gli rispose: «Ecco in questa città c’è un uomo di Dio (אִישׁ הָאֱלֹהִים), tenuto in molta considerazione: quanto egli dice, di certo si avvera. Ebbene, andiamoci! Forse ci indicherà la via che dobbiamo battere». Rispose Saul: «Sì, andiamo! Ma che daremo a quell’uomo? Il pane nelle nostre sporte è finito e non abbiamo alcun dono da portare all’uomo di Dio; infatti che abbiamo?». Ma il servo rispondendo a Saul soggiunse: «Guarda: mi son trovato in mano un quarto di siclo d’argento. Dallo all’uomo di Dio (אִישׁ הָאֱלֹהִים) e ci indicherà la nostra via». In passato in Israele, quando uno andava a consultare Dio, diceva: «Su, andiamo dal veggente (רֹאֶה)», perché quello che oggi si dice profeta (נָבִיא) allora si diceva veggente (רֹאֶה)»

(1Sam 9, 6-9)

Samuele è un uomo di Dio, un profeta e un veggente.

Mi pare che tutte e tre le caratteristiche appartengono in modo del tutto particolare alla Vita Consacrata, ma una è fondamentale: la profezia: «Se nella Chiesa manca la profezia, manca la vita» disse papa Francesco nel lontano 2013 durante una delle quotidiane celebrazioni a Santa Marta, e purtroppo questa mancanza viene sostituita dal rigido, freddo e ambiguo clericalismo.

Aspirare sempre alla carità

La Chiesa è soffocata dal clericalismo; lo afferma senza mezzi termini Gian Franco Svidercoschi nel suo ultimo libro riconoscendo di aver scritto, all’insegna della parzialità per far emergere con maggiore accento gli eventi negativi; scrive: 

«Chissà se ci ha riflettuto su, qualche studioso di storia della Chiesa. In millecinquecento anni, si erano tenuti diciannove Concili Ecumenici; e poi erano passati tre secoli prima che venisse convocato il ventesimo. Ma come spiegare questo? Si, certo, agli inizi del cristianesimo c’era stato bisogno di opporsi frequentemente a scismi ed eresie, definire dogmi e dottrine, affrontare problemi relativi all’ordine nella chiesa e nel mondo, e controbattere infine la riforma protestante […]. Ma forse, a pensarci bene, c’era stato dell’altro. C’era stato che la Chiesa cattolica, per non perdere il controllo del proprio potere, aveva rapidamente rafforzato gli elementi istituzionali, visibili, mondani. Ed era esploso il clericalismo! Da questo momento la chiesa è diventata monopolio dei chierici».

(La Chiesa in mezzo al guado, Il pozzo di Giacobbe, 2021, p. 35).

Facciamo nostra l’esortazione dell’apostolo Paolo alla comunità di Corinto: «Aspirate alla carità. Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia» (1Cor 14,1) perché la profezia è dono e potenza dello Spirito di Dio e il profeta diviene uno “posseduto” da un Altro. La sua persona tende a scomparire per far posto alla presenza dell’Altro. Al contrario il clericalismo possiede l’Altro e non si fa possedere. La persona “clericale” tende a far scomparire la traccia di Dio incisa in ognuno di noi per far prevalere la propria personale umanità nascosta dietro l’immagine di un uomo “per bene”, di un “prete come una volta” , di un uomo “perfetto”. 

Mentre la società avanza (nel bene e nel male) tra ideologie, nuovi stili di vita e di pensiero,  perdendo i valori ad intra che hanno sempre caratterizzato le scelte più importanti (e non) di ogni uomo o donna, gran parte della comunità ecclesiale, e soprattutto dei chierici, si interessa solo a rispolverare cose vecchie per poi esibire, facendo così apparire tutto come un artificio, cosa che poteva funzionare sino al secondo dopo guerra, ma che ormai sono solo pesi che affaticano la navigazione della Chiesa.

Necessità di una sfida missionaria

In questo sguardo forzatamente critico, emerge con sempre maggiore presa di coscienza che la Consacrazione religiosa è lo strumento per curare i mali del nostro tempo. Mentre la stratificata piramide gerarchica si va irrigidendo sempre più tra norme, giudizi e condanne (aperte o velate), e le grandi strategie pastorali (catechesi, gruppi, associazioni) non rispondono più alle reali esigenze del mondo, i consacrati, in ascolto profetico dei segni dei tempi, accogliendo e rinnovando l’invito del Signore ad una donazione totale e senza riserve della loro vita possono aprirsi alla vera sfida missionaria ed evangelizzatrice di cui la Chiesa ha urgente necessità. La realtà prima della Chiesa, quella affidata da Gesù stesso non è “andate e elargite solennemente sacramenti a chiunque e per ordinaria abitudine” ma «andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) e solo secondariamente «chi crederà sarà battezzato». 

Necessità di testimoni coraggiosi

È arrivato il tempo di riorganizzare le priorità di impegno missionario e mettere in secondo piano schemi pastorali e parrocchiali per dedicarci all’annuncio del Vangelo “se necessario anche con le parole” (cfr Fonti Francescane, 43) come spesso sottolineava san Francesco ai suoi frati ma sopratutto con uno stile di vita coerente, alla base di qualsiasi scelta di servizio. Dice papa Francesco:

«Non c’è testimonianza senza una vita coerente! Oggi non c’è tanto bisogno di maestri, ma di testimoni coraggiosi, convinti e convincenti; testimoni che non si vergognano del Nome di Cristo e della sua Croce né di fronte ai leoni ruggenti né davanti alle potenze di questo mondo. La cosa è tanto semplice: perché la testimonianza più efficace e più autentica è quella di non contraddire, con il comportamento e con la vita, quanto si predica con la parola e quanto si insegna agli altri! Cari fratelli insegnate la preghiera pregando; annunciate la fede credendo; date testimonianza vivendo!».

(Papa Francesco, Omelia nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, Basilica vaticana 29 giugno 2015).

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