In ricordo di p. Carmelo Puglisi: “Il bracciante e i covoni” di p. Armando Genovese

Il mio primo incontro con padre Puglisi risale al 1979. Tra Natale e Capodanno mi ritrovai, insieme
a un buon numero di ragazzi, a Marina di Minturno per qualche giorno di ritiro e discernimento
vocazionale. Era la mia prima uscita di casa la ricordo con grande intensità, e non posso fare a meno
di ricordare un uomo che segnerà tutto il mio cammino nella Congregazione dei Missionari del
Sacro Cuore, e che mi apparve da subito come autorevole, amorevole, signorile.
Lo incontrai dopo qualche anno, quando avevo già preso la decisione di unirmi anch’io alla
stessa Congregazione, e fu per lunghi anni il mio formatore. Per me, che avevo lasciato la mia
famiglia per questa nuova avventura, fu la scoperta di un maestro: mentre sembrava completamente
assorto nelle sue preoccupazioni, non perdeva mai di vista i giovani che gli erano stati affidati, nel
loro cammino intellettuale e spirituale, ma anche nelle piccole necessità quotidiane. Mi spronava a
fare di più, mi incoraggiava quando mi vedeva stanco, preoccupato, deluso; mi rimproverava
quando non mi riteneva all’altezza. Sapeva essere dolcemente esigente, come del resto era sempre
stato con se stesso.
Quando lo conobbi, era già un uomo maturo, provato dalle mille esigenze della vita
religiosa: aveva fatto parte dell’Amministrazione Generale, era stato postulatore delle cause dei
santi, era stato superiore provinciale durante anni molto duri. Aveva conosciuto successi, e sconfitte,
portava con sé tanti ricordi, che spesso condivideva, perché -diceva- bisogna fare tesoro comune
dell’esperienza. In particolare, era contrario ad inutili durezze nella vita religiosa, e preferiva sempre
la strada del cammino interiore, del continuo avvicinamento a Cristo, pur consapevole dell’asperità
del cammino. Non faceva segreto della «fatica dell’amore» (1Ts 1,3), che egli stesso viveva in prima
persona, amava essere messo a parte delle nostre piccole fatiche, che abbracciava con straordinaria
empatia.
Non ricordo tappa del mio cammino nella quale il padre non sia stato presente, e che in
qualche modo non abbia incoraggiato. Conservo fitte corrispondenze in tempi di grandi difficoltà
interiori, ho viva memoria dell’affetto con cui ha seguito i passi della vita religiosa, le ordinazioni,
non posso dimenticare la serietà con cui mi sollecitava a continuare le mie ricerche dottorali, in
tempi in cui avrei preferito lasciarle per una più soddisfacente attività pastorale. Era in prima fila
nelle mie prime esperienze universitarie, e ne gioiva più di me, le considerava un suo successo
personale. Mi confidava che lo aveva desiderato per tanti confratelli, che molti non ce l’avevano
fatta o non lo avevano preso sul serio, e questa dunque era una particolare esperienza di paternità
per lui.
Alla fine del suo ultimo mandato da superiore provinciale, nel 1999, in lui qualcosa cambiò:
quell’esperienza lo segnò in maniera particolare, lo fece sentire particolarmente vecchio, sentì di
doversi aprire a una realtà che riteneva di non aver mai praticato abbastanza, come la presenza in
parrocchia. Lo fece a Pontecagnano, con la consueta bonomia, in maniera quasi penitenziale, ma fu
chiaro a tutti quello che a noi era evidente per consuetudine: il giudizio retto, la dimensione
spirituale dell’esistenza, la capacità di ascolto e di discernimento… tutte queste cose diventarono un
po’ per volta patrimonio di tutti.
Gli ultimi anni, inizialmente nella comunità di marina di Minturno, poi nella clinica delle
Figlie di nostra Signora, che lo hanno curato con impagabile dedizione, ci hanno restituito un uomo
sereno, preparato all’incontro con il Signore, sempre sorridente. Per quanto può valere
un’impressione personale, mi sembra che si chiuda un capitolo importante nella vita della nostra
provincia religiosa.
C’è una bella poesia di un poeta irlandese, William Butler Yeats, indirizzata ad una bambina
che danza nel vento. Il poeta la invita a non temere tre cose: il trionfo dello sciocco, l’amore perduto
appena conquistato, la morte del miglior lavoratore mentre tutti i covoni rimangono da legare. Il
miglior lavoratore… i covoni rimasti da legare… Penso con nostalgia e tenerezza al padre Puglisi
che vive in Cristo, mentre noi continuiamo il cammino con un esempio e un intercessore.

1 thought on “In ricordo di p. Carmelo Puglisi: “Il bracciante e i covoni” di p. Armando Genovese

  1. giovanni Risposta

    Non avevo letto, prima d’ora, questo ricordo di Carmelo: sono profondamente commosso e ringrazio il p. Genovese dell’affetto che ha avuto nei confronti di Carmelo, trasfuso nel suo scritto.

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